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Karolina Zdziarswa è morta a cinque anni perché si è trovata al posto sbagliato nel momento sbagliato. Nella cucina di casa sua, in braccio al papà, quando un uomo ha deciso di risolvere con due colpi di pistola una rissa scoppiata poco prima in un bar. Il padre ha cercato di rianimarla, è corso in strada, ha urlato per chiedere aiuto, in preda alla disperazione ha anche sfondato il vetro della finestra di una casa, ma nessuno è intervenuto. I vicini evidentemente non c’erano e, se c’erano, dormivano. Quando sul posto sono arrivati – finalmente – i soccorritori, per Karolina, colpita da un proiettile alla testa, non c’era più nulla da fare.

Il fatto risale alla notte tra il 4 e il 5 maggio ed è avvenuto a San Paolo Belsito, un paesino di 3.600 anime nei pressi di Nola, in provincia di Napoli. Soltanto una settimana prima la morte della 23enne Vanessa Russo, uccisa nella metropolitana di Roma da una coetanea di nazionalità rumena che le aveva infilzato un ombrello in un occhio, aveva provocato una tempesta mediatica che non si era ancora placata. La breve vita di Karolina, invece, è scivolata via senza clamore nel rigagnolo delle brevi di cronaca nera, destinate a essere sostituite fin dal giorno successivo sulle pagine dei giornali. E dimenticate altrettanto in fretta.

Non è un caso. Karolina, infatti, aveva un difetto imperdonabile. Era polacca. Il suo assassino, viceversa, si chiama Alessandro Riccardi ed è un italianissimo operaio di 32 anni. Per di più incensurato, come si sono subito premurate di precisare le cronache, derubricando di fatto la vicenda nella categoria delle disgrazie accidentali. La Padania, che a nazionalità invertite avrebbe sicuramente promosso ronde e fiaccolate di protesta, ha sottolineato per esempio che Riccardi «secondo quanto ha raccontato ai militari non voleva uccidere nessuno, tanto meno una bambina, voleva solo spaventare il cittadino polacco, i proiettili – ha detto – hanno raggiunto la piccola accidentalmente».

La magistratura non ha dubbi e accusa Riccardi di omicidio premeditato, ma il quotidiano leghista, alle prese con una notizia che cozza con la sua consueta linea editoriale, si arrampica sugli specchi tentando di accreditare la versione dell’incidente. Karolina, insomma, come Carlo Giuliani, ucciso “accidentalmente” al G8 di Genova non dal carabiniere che gli ha sparato da distanza ravvicinata ma dal calcinaccio che, secondo una delle perizie disposte dalla procura, avrebbe malauguratamente deviato la traiettoria del proiettile.

Nessun accenno da parte del giornale della Lega ai vicini di casa che avrebbero fatto orecchie da mercante alle richieste di aiuto del padre della bambina. Per la Padania, anzi, Karolina «è stata portata subito al pronto soccorso dell’ospedale di Nola». A conferma, poi, che tutti i mali vengono dall’Est viene precisato che a ucciderla è stata «una pistola di marca cecoslovacca parabellum con quattro cartucce nel caricatore». Apprendendo che il colpo mortale non è partito da una Beretta fabbricata a Brescia, i lettori leghisti avranno tirato un sospiro di sollievo.

Se dalla Padania non era lecito attendersi di meglio, e tanto meno un accenno di mea culpa per le sue quotidiane bordate anti-immigrati, va comunque sottolineato che la notizia è stata trattata allo stesso modo da quasi tutte le testate, senza particolari distinzioni. Di morte «per errore», per esempio, hanno parlato fin dal titolo la Repubblica e la Stampa sui rispettivi siti web, tanto da spingere Gennaro Carotenuto a bollare il tutto come ordinario razzismo informativo: «Che l’assassinio della piccola Karolina sia stato un errore – ha scritto sul suo sito – lo conferma il fatto che la bambina è stata uccisa con un colpo di pistola, un oggetto notoriamente atto a ripararsi dalla pioggia e senz’altro non atto ad offendere. Niente a che vedere con il caso di Vanessa Russo a Roma. La ragazza italiana è stata uccisa da due puttane romene con un ombrello, arma da guerra che gli extracomunitari (e se vi dicono che la Romania è nell’Unione Europea non credetegli, basta guardare le facce!), notoriamente utilizzano per dare la morte agli italiani. In questo caso la versione dell’assassina, una lite che avallerebbe la preterintenzionalità del gesto, viene respinta con sdegno. È rumena e fa la puttana e se è uscita con l’ombrello quella mattina è stato sicuramente per uccidere».

Analoga, nella sostanza, la riflessione del giornalista di Repubblica Giovanni Maria Bellu, che ha fatto notare come la notizia dell’omicidio di Karolina fosse accompagnata – sia nel lancio dell’Ansa, sia nei notiziari radiofonici – dall’avverbio “accidentalmente”. Un avverbio che, al contrario, non è mai stato utilizzato nel riferire della morte di Vanessa Russo nella metropolitana di Roma. «L’omicidio, forse accidentale (lo stabiliranno i magistrati) commesso da una rumena su una ragazza italiana – ha concluso Bellu – è stato subito presentato come “volontario”. Mentre l’omicidio certamente volontario commesso da un italiano su una bambina polacca è subito diventato “accidentale”».

La maggioranza invisibile che non ha paura degli immigrati

Nel frattempo, a fine maggio un sondaggio Swg condotto per il settimanale mondadoriano Donna Moderna ha rivelato che quasi un italiano su due – il 46 per cento di un campione stratificato di cinquecento persone – ammette di aver paura degli immigrati, perché «sono troppi e non lavorano, per vivere rubano, spacciano, compiono atti criminali e in ogni caso sono dei “diversi” che incutono timore, anche perché la maggior parte di loro si trova in Italia in condizione di clandestinità». Quello stilato dalla Swg è un triste campionario di luoghi comuni, pregiudizi e falsità che non trovano riscontro nei dati reali. Stando ai fatti, e non alle percezioni soggettive, le persone immigrate clandestinamente in Italia sono infatti solo 600mila, pari a meno di un quinto del totale. E il 72 per cento degli immigrati nel nostro Paese ha un lavoro (mentre tra gli italiani la stessa percentuale è del 58 per cento). Dunque si presume che non abbiano necessariamente bisogno di rubare, spacciare o compiere altri atti criminali per campare. Sempre che non si pensi che lo facciano per hobby o per innata predisposizione.

La reazione dei politici, per lo più dell’opposizione, ai risultati del sondaggio non si è fatta attendere. «Ci aveva già pensato il buon senso e le elezioni, ora anche un sondaggio rivela che sull’immigrazione il governo guidato da Romano Prodi sta sbagliando tutto – ha commentato per esempio Paolo Grimoldi, deputato della Lega Nord e coordinatore federale del Movimento Giovani Padani – La presenza incontrollata di immigrati, clandestini o meno, è un problema che i cittadini, soprattutto al Nord, vivono sulla propria pelle. Continuare a proporre, come fa questo governo, scelleratezze quali la cittadinanza facile, le frontiere aperte o il voto agli immigrati aumenta la paura dei nostri cittadini. Prodi, dopo la bastonata delle elezioni amministrative, avrebbe dovuto capirlo».

Per Isabella Bertolini, vicepresidente dei deputati di Forza Italia, «sono dati estremamente preoccupanti. Gli italiani sono terrorizzati dall’invasione di immigrati. Il sondaggio della Swg rilancia il problema dell’incapacità e dell’inadeguatezza del governo Prodi sui temi della sicurezza e della legalità. La situazione è drammatica. È da irresponsabili, in questo quadro di riferimento, prevedere una riforma della normativa sull’immigrazione, la Amato-Ferrero, che consente maggiori ingressi attraverso l’autosponsor, un minor controllo del territorio a causa della chiusura dei Cpt e la concessione del voto agli extracomunitari».

Le ha fatto eco la collega di partito Jole Santelli, responsabile sicurezza e immigrazione (significativo, di per sé, il continuo accostamento dei due termini) di Forza Italia, secondo la quale «al senso di insicurezza che pervade il Paese non si risponde con lezioni accademiche e socio-filosofiche, né tantomeno con quintalate di buonismo ma con politiche di sicurezza reali, che questo governo è incapace di attuare». Per la deputata, i dati del sondaggio Swg «non stupiscono ma certificano che questo governo è assolutamente inadatto a governare. Le politiche sull’immigrazione che sta portando avanti vanno contro ogni logica e, soprattutto, vanno contro le esigenze primarie dei cittadini».

A stupire, in realtà, è la lettura superficiale e interessata dei risultati del sondaggio Swg che traspare da tutte queste reazioni. Il dato più significativo, infatti, è l’unico che non è mai stato citato nelle notizie che hanno riferito del sondaggio e delle relative reazioni. Ovvero quel 54 per cento di italiani che, stando a una lettura a rovescio dei risultati, non ha paura degli immigrati. Ovvero una maggioranza assoluta e trasversale, superiore ai consensi ottenuti dalle coalizioni di destra e sinistra alle ultime elezioni politiche, che avrebbe assicurato a Prodi la possibilità di governare con molto meno affanno. Ovvero un nutrito manipolo di irriducibili cuor di leone che finora hanno resistito caparbiamente al tam-tam della paura, suonato senza soluzione di continuità da una parte consistente del mondo politico e della cosiddetta informazione.

Il dato, tanto eccezionale quanto trascurato, di questa maggioranza tenacemente sorda alle sirene della xenofobia è sfuggito anche al ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, che però, nel commentare il sondaggio Swg, ha colto almeno uno degli aspetti del problema: «Si parla degli immigrati solo quando questi ultimi compiono un reato, mentre invece il fatto che i nostri anziani sono accuditi in gran parte da immigrati, le fonderie come le campagne italiane producano grazie al lavoro di tante persone venute dal resto del mondo non fa mai notizia. A dominare l’orizzonte dell’informazione è l’industria della paura, che costruisce intorno all’immigrato la figura del capro espiatorio, su cui far ricadere ogni allarme e timore sociale».

Spaventa et impera

L’industria della paura cui ha accennato Ferrero risponde a necessità variegate. Da un lato garantisce a una parte del ceto politico, quella che non si fa scrupolo di cavalcare gli istinti peggiori del proprio elettorato, facili consensi. Basti pensare ai tanti politici che hanno fatto del contrasto senza se e senza ma all’immigrazione il proprio marchio di fabbrica. Dall’altro assicura un ottimo diversivo su cui dirottare attenzione e frustrazioni dell’opinione pubblica, spesso e volentieri anche con l’obiettivo di far passare inosservati, dietro questa cortina fumogena fatta di stereotipi e pregiudizi, i propri intrallazzi.

Come ha ricordato Carlo Gambescia, il sociologo nordamericano Barry Glassner, autore di uno studio sulla “cultura della paura” negli Stati Uniti e noto anche al pubblico italiano per un apparizione nel film di Michael Moore “Bowling a Columbine”, «ha chiarito molto bene come le voci su microbi incontrollabili, crimini orrendi, incidenti, sparatorie, amplificate ad arte dai media (facendone, libri, film e speciali televisivi), siano in realtà strumenti per controllare la gente. Forme di controllo sociale. Dopo l’11 Settembre, gli Stati Uniti hanno semplicemente sostituito, come “pericolo numero uno”, al nero e all’immigrato, il terrorista “islamico assetato di sangue”. Secondo Glassner tutto ciò serve a tutelare i privilegi delle élite politiche, economiche, culturali e militari al potere (privilegi cui si aggrappano, non credendo più in altro). Di riflesso i veri disagi sociali (povertà, disoccupazione, marginalità culturale) sono così occultati, mentre i dati sui pericoli, spesso “irreali”, vengono ingranditi per seminare paura e imporre ubbidienza».

La lettura di Glassner, tarata sulle caratteristiche della società a stelle strisce, può essere applicata anche alla realtà italiana, rispetto alla quale sono però possibili e opportune alcune integrazioni. Va tenuto presente, per esempio, che a differenza degli Stati Uniti e degli altri Paesi occidentali, in Italia la classica definizione della stampa come “quarto potere” – cane da guardia al servizio dei cittadini rispetto a quelli legislativo, esecutivo e giudiziario – può essere considerata, nella migliore delle ipotesi, solo un auspicio. In vasti settori dell’informazione, soprattutto quella televisiva ma non solo, più che un potere alternativo, infatti, i media italiani sono una succursale di quello politico, al quale sono legati a doppio e triplo filo.

L’esempio più annoso e scontato di questo vassallaggio è quello della partitocrazia che, a braccetto con il nepotismo, regna da sempre sulla Rai, a dispetto delle ricorrenti promesse di riforma. Le dichiarazioni di pochi secondi su tutto lo scibile umano dei politici dell’intero arco costituzionale, che occupano buona parte dello spazio nei tg del servizio pubblico, ne sono invece l’espressione più lampante e, allo stesso tempo, deprimente. La presenza di più referenti, con interessi e priorità talvolta in conflitto, ha però permesso che all’interno dell’informazione targata Rai sopravvivesse almeno un po’ di pluralismo.

Non si può dire altrettanto della monarchia Mediaset, dove la “cultura della paura” – specie dopo il ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi nel 2001 – ha trovato un terreno ancora più fertile. È proprio sul fronte dell’informazione di Canale 5, Italia 1 e Retequattro, infatti, che si possono individuare con più facilità gli elementi che confermano un utilizzo dei media come forma di controllo sociale che ricorda quello suggerito da Glassner. Già nel 2002 in un’analisi sull’agenda dei telegiornali del prime time – la fascia oraria con il maggior numero di telespettatori – l’Osservatorio di Pavia metteva in luce, per esempio, l’assoluta atipicità di Studio Aperto, il notiziario di Italia 1 consacrato ai temi della cronaca, in cui predominano l’attenzione su cronaca nera, cronaca rosa, mondanità, curiosità varie, spettacolo e televisione, a discapito dei temi economici e di politica italiana e internazionale. Un approccio che per i ricercatori «è il risultato di una strategia comunicativa improntata alla leggerezza e alla promozione dei propri programmi televisivi».

A distanza di alcuni anni l’impostazione del tg di Italia 1 è rimasta sostanzialmente la stessa. Lo dimostra un’altra ricerca del febbraio 2005 curata sempre per l’Osservatorio di Pavia da Manuela Malchiodi, che a proposito di Studio Aperto ribadisce che «l’impronta cronachistica è evidente e pressoché esclusiva». Il notiziario, prosegue l’analisi, «appare, in primo luogo, come un telegiornale che parla di televisione: se si escludono una notizia sul cinema e una dedicata a uno spettacolo di cabaret, la cronaca televisiva esaurisce la più importante macro-area, “Cultura-Spettacolo”. Una certa autoreferenzialità è presente anche nella seconda area tematica, “Cronaca rosa”, dal momento che buona parte dei Vip di cui si raccontano le avventure sono personaggi televisivi. Il rosa vira al nero con l’ampio spazio dedicato alla criminalità, agli altri fatti di cronaca nera e alla cronaca giudiziaria. Il ritorno ai toni leggeri è assicurato dalle notizie di costume».

Nel frattempo, però, il virus di Studio Aperto ha contagiato in misura sempre maggiore anche gli altri telegiornali, se è vero, come sottolinea ancora Malchiodi, che «il Tg5 vede l’affermarsi di un forte interesse cronachistico, nell’attenzione elevata per la cronaca giudiziaria (che costituisce il grosso della macro-area “Giustizia”), per la “Criminalità”, per la cronaca del maltempo (che esaurisce l’area “Ambiente e natura”), per la cronaca nera». Ed è impossibile non cogliere, in un panorama informativo caratterizzato dal macroscopico e irrisolto conflitto di interessi berlusconiano, l’utilità di un approccio di questo tipo per assecondare, o quanto meno non intralciare, le azioni politico-imprenditoriali dell’azionista di riferimento, occultando allo stesso tempo dietro a fatti di sangue, nani e ballerine le sue magagne giudiziarie.

Lo tsunami dell’infotainment, da Novi Ligure a Cogne

L’escalation dello spazio televisivo concesso alle notizie di cronaca è stata accompagnata da una metamorfosi profonda del registro narrativo utilizzato per raccontarle. I telegiornali e, più in generale, i programmi dedicati all’attualità hanno infatti cominciato a mutuare spesso e volentieri lo stile e il linguaggio di due generi molto in voga come fiction e reality. Il risultato è quello che l’inglese sintetizza, con la consueta efficacia, nell’espressione “infotainment”, ovvero una fusione alla dottor Frankeinstein tra informazione e spettacolo, che punta al cuore dello spettatore piuttosto che al suo cervello.

In questa categoria rientrano a pieno titolo una serie di feuilletton televisivi – e, per osmosi, cartacei – che hanno segnato le cronache degli ultimi anni. Come quello dedicato al duplice omicidio di Novi Ligure, compiuto nel 2001 dalla coppia di fidanzatini Erika e Omar, con iniziale coinvolgimento di ipotetici rapinatori extracomunitari (e affrettata rampogna tv anti-immigrati del direttore del Tg5 Mentana). O quello costruito l’anno dopo per circa tre mesi attorno all’assassinio della 14enne bresciana Desirée Piovanelli, «in una sorta di racconto a puntate – sottolinea la già citata analisi dell’Osservatorio di Pavia sui tg del 2002 – che, giorno dopo giorno, aggiunge o corregge dettagli della dinamica della violenza del branco». Fino ad arrivare ai tormentoni più recenti sulla morte del piccolo Tommaso Onofri, ucciso poco dopo il rapimento dalla sua casa di Casalbaroncolo, nella campagna di Parma, e sulla strage di Erba del dicembre 2006, oggetto di un’altra raccapricciante novità introdotta dall’informazione-spettacolo: una docu-fiction andata in onda lo scorso 18 giugno nel corso di una puntata di Matrix del solito Enrico Mentana. I sospetti iniziali, è bene ricordarlo, anche in questo caso si erano subito concentrati sul primo extracomunitario a portata di mano, il tunisino Abdel Fami Marzouk, marito, padre e genero di tre delle quattro vittime.

La palma d’oro dell’infotainment spetta però al delitto di Cogne i cui resoconti, dati dell’Osservatorio di Pavia alla mano, nel 2002 hanno assommato nei telegiornali del prime time 1.927 minuti, pari al 3 per cento del totale dell’informazione. Ancora più significativo è il dato che riguarda il racconto degli svolgimenti giudiziari del caso, che nel corso dello stesso anno ha occupato ben il 30 per cento del totale della cronaca giudiziaria dei tg (e il 14 per cento del tempo dedicato alla cronaca nera).

Tutto ciò ha spinto giustamente l’Osservatorio a parlare di «vero e proprio caso mediatico»: «È sbalorditivo come un singolo fatto di sangue, reso più attrattivo per l’efferatezza del delitto e per il suo presunto svolgimento nel contesto familiare, possa costituire un argomento di così forte notiziabilità da diventare oggetto di racconto quasi quotidiano per l’intero anno 2002, complice il caso umano di una madre, unica indagata che nega di esserne l’autrice, e il carattere meramente ipotetico delle ricostruzioni, che dilatano all’infinito le speculazioni sulla vicenda. Il delitto del piccolo Samuele diventa il pallido referente di un evento mediatico di portata immensa, capace di generare una quantità di notizie correlate e indotte che esulano dall’ambito più strettamente giudiziario (le indagini sull’omicidio) per coinvolgere, nel processo della spettacolarizzazione televisiva, piani di rappresentazione fittizi che svuotano di verità il fatto in sé e spostano altrove l’accento della vicenda, per esempio sull’aggressivo atto di accusa alla Procura di Aosta da parte della difesa di Annamaria Franzoni che sposta dal Foro alla televisione la sede dell’accertamento della verità giudiziaria, coinvolgendo lo spettatore in una sorta di giuria popolare all’americana».

Osservata dal punto di vista dell’uso dei media come strumento attraverso il quale orientare l’attenzione dell’opinione pubblica, l’abnorme copertura mediatica riservata al feuilleton di Cogne appare, però, assai meno sbalorditiva. Il 2002, infatti, è anche l’anno in cui il governo Berlusconi ha varato leggi ad personam (o ad personas) come quella sul legittimo sospetto, funzionale alla richiesta di spostamento del processo Sme-Ariosto – che vedeva imputati, tra gli altri, Cesare Previti e lo stesso Berlusconi – dal tribunale di Milano a quelli di Brescia o Perugia, e quella sul falso in bilancio, che ha trasformato il reato in un semplice illecito sanabile con una contravvenzione e, soprattutto, ridotto i tempi di prescrizione. Insomma, mentre il presidente del Consiglio e proprietario di Mediaset era impegnato a risolvere i suoi problemi con la giustizia cambiando le leggi a colpi di maggioranza per adattarle alle sue esigenze processuali, i telegiornali italiani dedicavano quasi un terzo delle loro cronache giudiziarie ai presunti retroscena del delitto di Cogne. Un fatto ovvio più che sbalorditivo.

L’informazione-spettacolo, però, non può campare per sempre sulle spalle di Annamaria Franzoni. In questo senso la morte di Vanessa Russo si è rivelata l’ultima, provvidenziale tragedia sulla quale allestire l’ormai consueto Circo Barnum dell’orrore. Il luogo in cui è avvenuto l’omicidio, le sue modalità inconsuete e l’identità dell’assassina, infatti, l’hanno subito trasformata nella storia perfetta con cui tv e giornali hanno potuto coccolare per diverse settimane il proprio pubblico, assecondandone umori, pregiudizi e aspettative. Il tutto sotto l’occhio accondiscendente di una classe politica che, quando non ricava un interesse diretto dal fomentare l’odio xenofobo, è troppo timorosa di perdere consensi per esporsi con prese di posizione che vanno contro il presunto “sentire comune”.

Considerate l’età e le circostanze della sua morte, l’omicidio “accidentale” di Karolina avrebbe forse meritato da parte di giornali e tv un’attenzione simile a quella tributata all’omicidio avvenuto nella metropolitana di Roma. La penserebbe così, probabilmente, anche la maggioranza invisibile che secondo la Swg non ha paura degli immigrati, se solo qualcuno si fosse degnato di informarla adeguatamente dell’accaduto.

Vignetta di Mauro Biani

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